LETTURE DA SCHERMIDORI: I TRE MOSCHETTIERI

Molti schermidori hanno ricordi d’infanzia comuni: duelli improvvisati con finte spade e finti mantelli per ricreare le atmosfere di libri amatissimi, come “I tre moschettieri”

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Scritto da Alexandre Dumas (padre), edito nel 1844, intramontabile ed indimenticabile primo volume di una trilogia con “Vent’anni dopo” e il “Visconte di Bragelonne”.

Sarebbe interessante proporre un sondaggio: quanti di voi hanno duellato credendosi D’Artagnan o Athos o Porthos o Aramis?

Rileggerlo da adulti, forti del bagaglio di esperienza schermistica, ricercando passi e colpi conosciuti, è davvero un’esperienza impagabile.

Dal primo scontro di D’Artagnan con i tre moschettieri (cap. 5°), dal primo “in guardia” e dai duelli con le guardie del cardinale, non potrete non aver voglia di rileggerlo!

 [...]” Il cuore del giovane Guascone batteva da spezzargli il petto, non per paura, grazie a Dio! Egli non ne aveva neppure l’ombra, ma per l’emulazione; si batteva come una tigre furiosa, girando dieci volte intorno al suo avversario, cambiando venti volte guardia e terreno.

Jussac era, come si diceva allora, ghiotto della lama, e si era molto battuto, purtuttavia faceva un’immensa fatica contro un avversario che, agile e balzante, si scostava a ogni tratto dalle regole consacrate, attaccando da tutti i lati nello stesso momento,non senza, tuttavia, parare da uomo che ha il massimo rispetto per la propria pelle. Alla fine questa lotta fece perdere la pazienza a Jussac. Furioso di essere tenuto a bada da colui che aveva considerato un ragazzo, si scaldò e cominciò a commettere degli sbagli. D’Artagnan, che compensava la mancanza di pratica con una profonda teoria, raddoppiò di agilità. Jussac, deciso a farla finita, tirò un colpo terribile al suo avversario con una spaccata a fondo; ma d’Artagnan prima parò, poi, mentre Jussac si rialzava, strisciando come un serpente sotto il suo ferro, gli passò la propria spada attraverso il corpo. Jussac stramazzò a terra.

D’Artagnan gettò allora uno sguardo rapido e inquieto sul campo di battaglia. Aramis aveva già ucciso uno dei suoi avversari; ma l’altro lo stringeva da presso. Tuttavia Aramis era in una buona situazione e poteva ancora difendersi.

Bicarat e Porthos si erano colpiti scambievolmente: Porthos aveva ricevuto un colpo di spada che gli aveva attraversato il braccio, e Bicarat uno che gli aveva trapassato la coscia. Ma siccome nessuna delle due ferite era grave, l’unico risultato era che essi si battevano con maggior accanimento.

Athos, ferito di nuovo da Cahusac, impallidiva a vista d’occhio, ma non indietreggiava d’un pollice: aveva solamente cambiato la spada di mano e si batteva con la sinistra. D’Artagnan, secondo le leggi del duello di quell’epoca, poteva occorrere chi gli piacesse meglio; mentre cercava con lo sguardo quale dei suoi compagni avesse bisogno di lui, sorprese un’occhiata di Athos. Quell’occhiata era di un’eloquenza sublime Athos sarebbe morto piuttosto che chiedere aiuto, ma guardare e guardando chiedere soccorso. D’Artagnan lo comprese e con un balzo prodigioso si precipitò sul fianco di Cahusac, gridando: “A me, signora guardia; vi uccido!” Cahusac si volse, era tempo. Athos che non si sosteneva se non grazie al suo enorme coraggio, cadde su un ginocchio. “Perbacco” gridò a d’Artagnan “non uccidetelo, ve ne prego; ho una vecchia storia da aggiustare con lui, e lo farò non appena sarò guarito. Disarmatelo soltanto. Bene! Così! Benissimo!” Questa esclamazione era strappata ad Athos dal vedere che la spada di Cahusac saltava a venti passi da lui. D’Artagnan e Cahusac si lanciarono insieme, l’uno per riafferrarla, l’altro per impadronirsene; ma d’Artagnan, più pronto, arrivò per primo e vi mise il piede sopra. Cahusac corse presso la guardia uccisa da Aramis, s’impadronì della sua spada e volle tornare a d’Artagnan; ma sulla sua strada incontrò Athos che durante la pausa di un istante procuratogli da d’Artagnan aveva ripreso lena e che, per tema che d’Artagnan gli uccidesse il suo nemico, voleva ricominciare a battersi. D’Artagnan capì che sarebbe stato scortese verso Athos se non lo avesse lasciato fare; infatti, qualche secondo dopo, Cahusac cadde con la gola attraversata da un colpo di spada. Nello stesso momento Aramis appoggiava la spada al petto del suo avversario rovesciato e lo forzava a chiedergli grazia.
Restavano Porthos e Bicarat. Porthos faceva mille fanfaronate, chiedeva a Bicarat che ora potesse essere e lo complimentava sulla compagnia che suo fratello aveva ottenuto nel reggimento di Navarra; ma così scherzando non guadagnava niente. Bicarat era uno di quegli uomini di ferro che non cadono se non quando sono morti.
Purtuttavia bisognava finire. La scorta poteva arrivare e arrestare tutti i combattenti, feriti o no, realisti o cardinalisti. Athos, Aramis e d’Artagnan circondarono Bicarat e gli ingiunsero di arrendersi. Sebbene solo contro tutti e con un colpo di spada attraverso la coscia, Bicarat, che era Guascone come d’Artagnan, voleva tener duro, ma Jussac, che si era rialzato sul gomito, gli gridò di arrendersi. Bicarat fece orecchie da mercante, rise e fra due parate trovò il tempo di indicare un punto per terra con la punta della spada: “Qui” disse parodiando un versetto della Bibbia “qui morrà Bicarat rimasto solo fra quelli ch’erano con lui”. “Ma sono quattro contro di te, finiscila, te l’ordino”. ”Oh! se me l’ordini è un altro paio di maniche e, visto che sei il mio brigadiere, debbo ubbidirti”. E, facendo un salto indietro, spezzò sul ginocchio la spada per non consegnarla ai vincitori, ne gettò i pezzi al di là del muro del convento e incrociò le braccia fischiettando un’aria cardinalista.

Il coraggio incute rispetto anche ai nemici. I moschettieri salutarono Bicarat con le spade e le rimisero nel fodero. D’Artagnan fece altrettanto, poi aiutato da Bicarat, il solo che fosse rimasto in piedi, portò sotto al portico del convento Jussac, Cahusac e quello degli avversari di Aramis che era soltanto ferito. Il quarto, come abbiamo detto, era morto. Poi sonarono la campana e portando seco quattro spade su cinque, si incamminarono, ebbri di gioia, verso il palazzo di Tréville. Camminavano a braccetto, tenendo tutta la larghezza della strada esiccome ogni moschettiere che incontravano li seguiva, la loro finì per essere una marcia trionfale.

Il cuore di d’Artagnan nuotava nell’ebrezza; camminava fra Athos e Porthos che stringeva teneramente. “Se non sono ancora moschettiere” disse ai suoi nuovi amici varcando la porta del palazzo del signor di Tréville “per lo meno eccomi accolto come apprendista, non è vero? [...]

Moltissime anche le versioni cinematografiche: a mio parere la migliore è “I tre moschettieri” del 1993, diretto dal regista Stephen Herek. Con Charlie Sheen come Aramis, Kiefer Sutherland come Athos, Oliver Platt splendido Porthos e Chris O’Donnel d’Artagnan.

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Per chi desiderasse rileggerlo, esiste oggi una versione in edizione Mammut della Newton Compton.

Qui on line: http://www.liberliber.it/online/

Una copia è sempre disponibile al prestito presso le biblioteche del circuito bibliotecario dei castelli Romani SBCR http://sbcr.comperio.it/

Qualunque sia il libro sul vostro comodino…

…buona lettura!