INSOSPETTABILI INCONTRI DI… SCHERMA

A volte si incontra la scherma, nei libri più insospettabili!

TORMENT – LAUREN KATE

CAPITOLO 10

NOVE GIORNI

“Una sequenza di sibili e clangori echeggiò tra le strida dei falchi, lunghe note vibranti di metallo contro metallo, seguite dal tintinnare della lama d’argento che rimbalzava contro la guardia dell’avversario.

Francesca e Steven stavano combattendo.

O meglio: stavano duellando. Uno scontro dimostrativo per gli studenti che avrebbero dovuto duellare a loro volta di lì a poco.

«Saper maneggiare una lama, che si tratti di un fioretto leggero come quello che usiamo oggi o di qualcosa di più pericoloso, come una sciabola, è un talento estremamente prezioso» dichiarò Steven, fendendo l’aria con la punta della spada. «Le armate del Cielo e dell’Inferno si scontrano di rado, ma quando accade» senza guardare menò un fendente laterale verso Francesca, che, a sua volta senza guardare, alzò la spada e lo parò «non c’è posto per le forme di guerra moderne. Pugnali, frecce, dardi e grandi spade fiammeggianti: queste saranno le nostre armi fino alla fine dei tempi.» Seguì un altro duello, puramente dimostrativo; i due insegnanti non portavano nemmeno le maschere di protezione.

Era la tarda mattinata di mercoledì, e Luce sedeva sulla larga panchina accanto alla pedana, tra Jasmine e Miles. L’intera classe, inclusi i due insegnanti, invece che i soliti abiti normali indossava tute bianche da schermidori, e metà degli studenti teneva in mano una maschera di protezione nera. Luce era arrivata al guardaroba quando l’ultima maschera era appena stata portata via, ma non se ne preoccupava. Sperava di evitare l’imbarazzo di mostrarsi del tutto impreparata davanti alla classe, perché, da come gli altri facevano affondi sui lati della pedana, era chiaro che avevano già fatto pratica.

«Il punto fondamentale è scoprirsi il meno possibile» spiegò Francesca agli studenti che la circondavano. «Quindi caricate il peso sul piede opposto alla mano con cui impugnate la spada, portate avanti l’altro, e avanzate e retrocedete, dentro e fuori la portata dell’avversario.» Ingaggiò con Steven una rapida sequenza di toccate e parate, con movimenti esperti che produssero una forte serie di schianti. Steven deviò la lama avversaria in un ampio arco sulla sinistra e affondo in avanti, ma Francesca si ritrasse e fece guizzare l’arma attorno al polso di Steven. «Touché» esclamò ridendo.

Steven si rivolse alla classe. «Touché, come ben sapete, è la parola francese per “toccato”. E così che si contano i punti nella scherma.» «Se questo fosse stato un vero combattimento» aggiunse Francesca, «temo che la mano di Steven ora sarebbe sulla pedana in una pozza di sangue. Scusami, caro.» «Tutto a posto» rispose lui. «Tutto. A. Posto.» Poi si gettò sul fianco di lei, dando quasi l’impressione di sollevarsi da terra. Nella frenesia che seguì Luce perse di vista la lama di Steven, che fendette più volte l’aria, quasi affondando in Francesca, che scartò di lato appena in tempo e riapparve alle spalle di Steven.

Lui, però, era pronto: parò il colpo, poi affondò e colpì il collo del piede di lei.

«Temo proprio, tesoro, che ti sia spostata sul piede sbagliato.»

«Staremo a vedere.» Francesca si sistemò i capelli e i due si scambiarono un’occhiata assassina.

Ogni nuovo scambio furioso di colpi aumentava l’inquietudine di Luce. Per lei era normale essere nervosa, ma quel giorno, sorprendentemente, l’intera classe sembrava esserlo. Tutti guardavano agitatissimi Francesca e Steven.

Fino a quel giorno Luce si era chiesta perché nessuno degli altri Nephilim partecipasse alle attività sportive della Shoreline. Quando aveva chiesto a Jasmine se lei e Dawn fossero interessate a partecipare alle selezioni della squadra di nuoto, la ragazza aveva storto il naso. E, prima di sentire Lilith, che quella mattina negli spog.iatoi aveva definito sbadigliando “straordinariamente noiosi” tutti gli sport che non fossero scherma, Luce aveva dato per scontato che i Nephilim non fossero tipi sportivi, punto e basta. Ma non era così: i Nephilim avevano scelto accuratamente lo sport da praticare.

Ebbe un brivido immaginando Lilith che si lanciava all’attacco, agile e aggressiva come al solito. Lei di certo conosceva il nome francese di tutti gli affondi, che Luce non sapeva nemmeno in inglese. Se il resto della classe possedeva anche solo un decimo dell’abilità dei due insegnanti, Luce si vedeva già ridotta a un mucchietto di parti smembrate.

Francesca e Steven erano palesemente esperti. Il sole scintillava sulle loro tute bianche e sulle lame mentre si muovevano a scatti avanti e indietro. La chioma bionda di Francesca ondeggiava come una splendida aureola mentre volteggiava attorno all’avversario. I piedi di Steven e Francesca intrecciavano movimenti con una grazia tale da far sembrare il combattimento una danza.

Avevano un’espressione caparbia e piena di brutale determinazione a vincere. Dopo le prime toccate erano arrivati a un pareggio. Cominciavano a stancarsi: duellavano da dieci minuti senza interruzione. Presero a vibrare colpi tanto rapidi che le lame divennero invisibili: erano furia e rumore nell’aria e schianto del metallo contro il metallo.

A ogni colpo sprizzavano scintille. Erano scintille di amore o di odio? A tratti sembrava di entrambi. [...]

Dalla classe si levò un applauso. A Luce sembrò di aver soltanto battuto le palpebre, eppure aveva perso la mossa: la punta della spada di Francesca adesso era sul petto di Steven. All’altezza del cuore. Premuta tanto da piegare la lama ad arco. I due insegnanti rimasero immobili per un istante, a guardarsi negli occhi. E di nuovo Luce non riuscì a capire se anche quello fosse parte della dimostrazione.

«Dritto al cuore» fece Steven.

«Se tu ne avessi uno» sussurrò Francesca.

Sembravano non ricordare più che la pedana era piena di studenti.

«Un’altra vittoria per Francesca» disse Jasmine. E poi, a voce bassa, chinandosi verso Luce aggiunse: «Viene da una lunga genealogia di vincitori. Steven no.» Il commento parve carico di significato, ma subito dopo Jasmine si alzò leggera dalla panca, si sistemò la maschera sul viso e raccolse i capelli in una coda. Pronta per scendere in campo, mentre gli altri studenti si alzavano tutt’intorno. [...]

«Miles» chiamò Steven. Era tornato a essere il loro insegnante, e la spada era di nuovo al sicuro nel suo stretto fodero di pelle nera. Fece un cenno con la testa verso l’angolo nord-ovest del palco. «Ti batterai con Roland.» Miles seduto alla sinistra di Luce, si chinò per sussurrarle: «Tu e Roland vi conoscete da parecchio: qual è il suo punto debole? Non ho nessunissima intenzione di perdere con l’ultimo arrivato.» [...]

Miles le diede un colpetto al ginocchio. «Luce, stavo scherzando. Mi prenderà a calci nel sedere, poco ma sicuro.» Si alzò, ridendo. «Augurami buona fortuna.» Francesca si era spostata al capo opposto della pedana, vicino all’ingresso dello chalet, e stava bevendo dell’acqua da una bottiglia. «Kristy e Millicent in quest’angolo.» Fece cenno a due ragazze Nephilim con i codini e scarpe da ginnastica nere uguali. «Shelby e Dawn, lì.» Indicò l’angolo esattamente davanti a Luce. «Gli altri guardino.» Fu un vero sollievo per Luce che non l’avessero chiamata. Più osservava il metodo d’insegnamento di Francesca e Steven, meno lo capiva: una dimostrazione minacciosa sostituiva delle indicazioni concrete. Non “guarda e impara”, ma direttamente “guarda ed eccelli”. E mentre i sei studenti prendevano posto sulla pedana, Luce sentì l’urgenza di imparare tutto quello che poteva sulla scherma, e in fretta.

«En garde!» ruggì Shelby piegandosi in avanti con la punta della spada a un centimetro da Dawn, che non aveva nemmeno sfoderato la propria.

La ragazza stava armeggiando con i corti capelli neri, che fissava con una manciata di mollettine. «Non puoi mica pretendere che mi metta in guardia mentre mi sto preparando per combattere!» La sua vocetta si era fatta ancor più stridula per la frustrazione. «Certo che hai le buone maniere di un branco di lupi!» borbottò attraverso la barretta di plastica che teneva tra i denti. Poi sfoderò la spada. «Okay, ora sono pronta.» Shelby, che era rimasta immobile in posizione di affondo mentre l’altra si preparava, si raddrizzò e si fissò le unghie poco curate. «Un momento, ho tempo per una manicure?» chiese, irritando l’altra quanto bastò a permetterle di affondare di nuovo e mulinare la spada.

«Maleducata!» strillò Dawn, ma con grande sorpresa di Luce recuperò tutta la sua abilità di spadaccina, fendendo l’aria col fioretto e parando abilmente il colpo di Shelby. Dawn era un diavolo della scherma. [...]

Shelby era una spadaccina metodica e paziente. Laddove lo stile di Dawn era plateale e avvincente, fatto di rapidissimi passi di tango sulla pedana, l’altra dosava invece con attenzione le stoccate come se dovesse razionarle. Teneva sempre le ginocchia piegate e non mollava di un centimetro. [...]

Un tonfo rumoroso catturò di nuovo la sua attenzione.

Miles era caduto di schiena e Roland gli stava sopra. Letteralmente. Volava.

Le enormi ali che erano spuntate dalle sue spalle erano vaste come un mantello e somigliavano a quelle di un’aquila, ma con meravigliose venature d’oro che serpeggiavano tra le piume scure. Sul dorso della tuta da scherma doveva avere le stesse fenditure che Daniel aveva nella maglietta. Luce non aveva mai visto le sue ali prima e non riusciva a smettere di fissarle, come tutti gli altri Nephilim, del resto. Shelby le aveva detto che ben pochi Nephilim erano dotati di ali, e che alla Shoreline non ce n’era nessuno. Vedere Roland che le sfoderava in battaglia, anche se si trattava solo di un allenamento, provocò un’ondata di nervosa eccitazione nella folla.

Le ali erano così magnetiche che Luce impiegò un po’ per accorgersi che la punta della spada di Roland era a un millimetro dalle costole di Miles, tenendolo inchiodato a terra. La tuta bianca e scintillante di Roland e le sue ali dorate si stagliavano nitide contro il verde lussureggiante degli alberi che costeggiavano la pedana. Con la maschera sul viso sembrava molto più cupo e minaccioso che a viso scoperto. Luce sperò che lì sotto ci fosse un’espressione giocosa, perché Roland davvero teneva Miles in suo potere. Scattò in piedi per andare da lui, sorpresa che le tremassero le ginocchia.

«OhmiodioMiles!» strillò Dawn dall’altra parte del palco, ignorando Shelby quel tanto che bastò all’avversaria per darle una stoccata al petto scoperto e segnare il punto della vittoria.

«Non proprio sportivissima, come vittoria» commentò rinfoderando la spada. «Ma certe volte è così che va.» Luce oltrepassò di corsa gli altri Nephilim che non stavano duellando e raggiunse Roland e Miles. Roland era tornato a terra e aveva ritirato le ali. Sia lui che Miles ansimavano, ma quest’ultimo sembrava stare bene. Era Luce che non riusciva a smettere di tremare.

«Mi hai steso» rise Miles con un certo nervosismo, scostando la punta della spada. «Non ho visto arrivare l’arma segreta.» «Scusa, amico» disse Roland con sincerità. «Non l’ho fatto apposta. A volte mi capita quando mi lascio andare.» «Bella partita, comunque. Fino al finale, almeno.» Miles tese una mano per farsi aiutare ad alzarsi. «Si dice “bella partita” nella scherma?» «No, non si dice.» Roland si tolse la maschera, sorridendo, e lasciò cadere la spada. Poi prese la mano di Miles e lo tirò in piedi con un unico movimento. «Bella partita, anche la tua.» [...]

«Tieni.» Roland apparve al suo fianco e le porse la sua maschera. «Tu sei la prossima, no?» «Io? No.» Luce scosse la testa. «Non sta per suonare la campanella?» Roland scosse la testa a sua volta. «Bel tentativo. Mettitela, e nessuno si accorgerà che non hai mai tirato di scherma prima di oggi.» «Ne dubito.» Luce pungolò con il dito la reticella della maschera. «Roland, volevo chiederti…» «No, non stavo per trapassare Miles. Perché vi siete spaventati tutti in quel modo?» [...] Per tutta risposta Roland indicò qualcosa alle spalle di Luce. Francesca la stava chiamando con il dito. Gli altri Nephilim avevano ripreso posto sulle panche, tranne un gruppetto che apparentemente si stava preparando a duellare: Jasmine, una ragazza coreana, Sylvia, due ragazzi alti e magri di cui Luce non riusciva a ricordare i nomi, e Lilith, che se ne stava in disparte, da sola, a esaminare attentamente la punta smussata e gommata del suo fioretto.

«Luce?» chiamò Francesca a voce bassa. Indicò lo spazio vuoto davanti a Lilith. «Al tuo posto.» «La prova del fuoco» le sussurrò Roland battendole sulla schiena. «Non far vedere che hai paura.» C’erano solo altri cinque studenti sulla pedana, ma a Luce sembravano cento.

Francesca incrociò le braccia con noncuranza. Aveva l’espressione serena, ma a Luce parve una serenità forzata. Forse intendeva farle subire la più brutale e imbarazzante sconfitta possibile. Altrimenti perché metterla contro Lilith, che la superava di almeno trenta centimetri, e la cui chioma rosso fuoco usciva dalla maschera come la criniera di un leone?

«È la prima volta per me» fece Luce debolmente.

«Non ti preoccupare, non occorre che tu sia già brava. Vogliamo solo valutare come te la cavi. Tieni a mente la dimostrazione che abbiamo fatto all’inizio della lezione, e andrà tutto bene.» Lilith rise e tracciò un’ampia Z con la punta del fioretto. «Sta per Zero, come i punti che segnerai, sfigata» le disse.

Sta anche per il numero dei tuoi amici?» replicò Luce. Roland le aveva detto di non mostrarsi impaurita. Indossò la maschera e prese la spada che Francesca le porgeva, ma non sapeva nemmeno come reggerla: litigò con l’impugnatura, incapace di decidere se prenderla nella sinistra o nella destra. Scriveva con la destra, ma giocava a baseball e a bowling con la sinistra.

Lilith la stava già guardando come se la volesse morta, e Luce seppe subito di non avere il tempo di saggiare la sua mano migliore per colpire. Si diceva “colpire” nella scherma?

Senza dire nulla, Francesca si mise alle sue spalle, le appoggiò il petto contro la schiena, e, praticamente abbracciandola, le prese la mano sinistra, facendole impugnare la spada.

«Anch’io sono mancina» le disse.

Luce era senza parole.

«Proprio come te.» Francesca si chinò in avanti e le lanciò un’occhiata d’intesa. E mentre le sistemava la presa sull’impugnatura, Luce avverti qualcosa di straordinariamente caldo e tranquillizzante fluire in lei dalle dita dell’insegnante. Forza. O forse coraggio. Luce non capì bene cosa fosse successo, ma gliene fu grata.

«Ti servirà una presa leggera» le disse Francesca aiutandola a disporre le dita sotto la guardia e sull’impugnatura. «Se stringi troppo la lama perderà di velocità, e anche la tua difesa sarà meno rapida. Ma se stringi troppo poco la lama può volarti di mano.» Le sue dita lisce e sottili guidarono quelle di Luce, stringendole sull’impugnatura dell’arma subito sotto la guardia. Poi, con una mano sulla spada e l’altra sulla sua spalla, Francesca mosse un passo leggero di lato, abbozzando il movimento.

«Passo avanti.» Avanzò verso Lilith.

La rossa si passò la lingua sui denti e lanciò a Luce un’occhiataccia da sindrome del fratello di mezzo.

«Cavazione.» Francesca spostò Luce di nuovo indietro, come se manovrasse un pezzo degli scacchi, poi si staccò da lei e si voltò per sussurrarle: «Il resto sono solo fronzoli.» Luce deglutì. Fronzoli?

«En garde!» urlò Lilith, con le lunghe gambe già flesse e il fioretto puntato contro Luce.

Lei si ritrasse, due passi veloci, e quando si sentì abbastanza lontana affondò con la spada tesa in avanti.

Lilith schivò a sinistra, girò su se stessa e colpì dal basso, intercettando il fioretto di Luce. Le due lame sfregarono l’una contro l’altra fino a metà della propria lunghezza, e lì si fermarono. Per tenere ferma la spada di Lilith, Luce dovette usare tutta la sua forza. Le tremavano le braccia, ma si meravigliò di riuscire a bloccare l’avversaria in quella posizione. Alla fine Lilith cedette e arretrò. Luce studiò attentamente il modo in cui si piegava e roteava, e cominciò a capire i suoi movimenti.

Lilith era una di quelle ragazze che durante lo sport fanno un sacco di versi. Per Luce era una distrazione. Lilith fintò a destra, accompagnando la mossa con un gran urlo, e subito dopo fece guizzare la punta del fioretto in un arco stretto per tentare di superare le difese di Luce.

Luce provò a replicare la mossa, ma quando la punta della sua spada toccò Lilith appena sotto il cuore, facendole segnare il suo primo punto, l’avversaria cacciò un ruggito fragoroso.

Luce sobbalzò e si ritrasse. Non credeva di aver colpito tanto forte. ««Stai bene?» chiese, e fece per togliersi la maschera.

«Non si è fatta niente» rispose al posto suo Francesca, con un sorrisetto dipinto sulle labbra. «E solo arrabbiata perché sei riuscita a colpirla.» Luce non ebbe tempo di domandarsi perché Francesca sembrava all’improvviso godersi lo spettacolo, che Lilith si lanciò di nuovo all’attacco. Luce alzò la spada e ruotò il polso parando tre colpi di seguito, prima che Lilith arretrasse di nuovo.

Luce aveva il cuore che le batteva forte e si sentiva bene: le scorreva dentro un’energia che non sentiva da un sacco di tempo. Era brava, quasi quanto Lilith, che sembrava nata per infilzare la gente con un fioretto. Eppure lei, che non aveva mai preso in mano una spada in vita sua, sembrava avere la possibilità di vincere. Le bastava segnare ancora un punto.

Sentì gli altri studenti che acclamavano, e qualcuno che urlava il suo nome. Tra loro riconobbe Miles, e pensò di sentire anche Shelby che la incitava sinceramente. Eppure alle voci si mescolava qualcos’altro, qualcosa di continuo e fastidioso. Lilith combatteva più ferocemente che mai, ma a un tratto Luce non riuscì più a concentrarsi. Arretrò e batté le palpebre, alzando gli occhi al cielo, verso il sole coperto dalle chiome degli alberi. E da qualcos’altro: c’era come una frotta di ombre simili a riccioli d’inchiostro che si allungavano dal fogliame sopra la sua testa.

No. Non adesso, sotto gli occhi di tutti. E non ora che avrebbe potuto costarle il duello. Eppure, incredibilmente, nessuno sembrava averle notate, anche se facevano così tanto rumore che Luce avrebbe voluto tapparsi le orecchie per non sentirle più. Ma quando alzò le braccia in un gesto istintivo, e puntando in questo modo la spada verso l’alto, la sua mossa disorientò Lilith.

«Non lasciarti spaventare, Luce» gridò Dawn dalle panchine con la sua vocetta stridula. «Quella è una serpe!» «Usa la prise de fer» le gridò Shelby. «Lilith fa schifo con la prise de fer. Cioè, Lilith fa schifo con tutto, ma particolarmente con la prise de fer.» Ma c’erano così tante voci. Sembravano persino di più della gente seduta sulle panche. Luce sobbalzò tentando di farsi scudo contro quel frastuono. Poi una voce sembrò separarsi dalle altre, e sussurrarle all’orecchio come se fosse appena alle sue spalle. Steven. «Filtra il rumore. Luce. Trova il messaggio.» Luce voltò la testa da una parte e dall’altra, ma Steven era lontano da lei, all’altro capo della pedana, gli occhi fissi verso gli alberi. Stava parlando degli altri Nephilim, del chiasso che facevano? Luce lanciò un’occhiata ai loro visi, ma nessuno di loro parlava. E allora chi? Per un istante incontrò lo sguardo di Steven e lui con un cenno del capo le indicò il cielo. In direzione delle ombre.

Gli Annunziatori erano tra gli alberi sopra la sua testa. Stavano parlando.

E lei riusciva a sentirli. Avevano sempre parlato?

Latino, russo, giapponese. Francese stentato, inglese con l’accento del Sud. Sussurri, canti, indicazioni sbagliate, versi in rima, e un lungo, agghiacciante grido d’aiuto. Luce scosse la testa, senza smettere di tenere a bada la lama di Lilith, ma le voci non la abbandonarono. Lanciò un’occhiata a Steven, poi a Francesca: nessuno dei due fece il minimo cenno, ma Luce era certa che anche loro sentivano. E che sapevano che anche lei stava ascoltando.

Cercando di cogliere il messaggio nascosto nel frastuono.

Per tutta la vita aveva sentito quel rumore quando venivano le ombre: quel rumore spaventoso, denso, ululante. Ma ora era diverso…

Clash.

La lama di Lilith colpì la sua. L’avversaria sbuffava come un toro infuriato. Luce sentì l’ansito del suo stesso respiro dentro la maschera mentre si sforzava di bloccare la spada dell’altra. E poi, d’improvviso, sentì dell’altro. Riusciva a concentrarsi sulle voci. Stava tutto nel separare il rumore di fondo dalle parole. Ma come? «II faut faire le coup doublé» bisbigliò uno degli Annunziatori, in francese. «Après ca, c’est facile à gagner.» Luce aveva fatto solo un paio d’anni di francese alle superiori, ma le parole raggiunsero qualche punto a un livello più profondo del suo cervello. Non fu solo la sua mente a capire il messaggio, ma anche il suo corpo. Le parole le penetrarono fino alle ossa, e d’improvviso Luce ricordò: era già stata in un posto come quello una volta, in un duello come quello, in una posizione di stallo come quella.

L’Annunziatore le stava consigliando la doppia croce, una mossa complicata nella quale due attacchi separati si susseguivano in rapida successione.

La spada di Luce scivolò sotto quella di Lilith e le due ragazze si separarono. E poi, un istante prima dell’avversaria, Luce scattò in avanti in un movimento chiaramente istintivo, affondando prima a destra e poi a sinistra e infine contro le costole di Lilith. I Nephilim esultarono, ma Luce non si fermò: si ritrasse e subito dopo attaccò di nuovo, affondando la punta del fioretto nell’imbottitura sulla pancia di Lilith.

E quello fu il terzo punto.

Lilith gettò la spada sul palco, si strappò la maschera e batté in ritirata verso gli spogliatoi, ma non senza lanciare all’avversaria un’occhiata di puro odio. Tutta la classe si alzò e circondò Luce. [...]”

Buona lettura… qualsiasi libro voi stiate leggendo!